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Maremma

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    Percorrendo le strade dritte delle pianure maremmane, o arrampicandosi a tornanti verso i paesi arroccati sulle colline, come Capalbio, con i castelli e le torri, in un’atmosfera limpida e incontaminata, si fatica a pensare che, fino a pochissimi anni fa, queste erano le terre dure della Maremma amara, infestata dalla malaria, regno di briganti, incolte, abbandonate. Soltanto nei primi anni Cinquanta del Novecento la bonifica arrivò a Capalbio, rendendo abitabile e coltivabile una pianura ricca di terra nuova, strappata alla palude e ai laghi di cui è stato preservato quello costiero, lungo e stretto, di Burano.

    Dopo essere stato un importante centro etrusco – basta pensare alla città di Cosa, ora Ansedonia, a pochi chilometri da Capalbio, e alle mura etrusche ancora visibili a Orbetello – fu la Maremma il luogo dove i romani penetrarono in Etruria: pochi chilometri più a nord di Capalbio, nelle vicinanze di Talamone, si svolse nel 225 a.C. la battaglia di Camporegio in cui l’esercito della confederazione etrusca fu sconfitto. Comincia così la romanizzazione dell’Etruria, la sua colonizzazione di cui rimangono imponenti ville rustiche, come quella di Settefinestre tra Capalbio e Cosa; un periodo prospero e ordinato, in cui fu costruita la Via Aurelia su un percorso simile all’attuale, e in cui furono realizzate le prime opere idrauliche, compresa la “tagliata etrusca” di Ansedonia.

    Con la decadenza dell’Impero romano la palude invase le pianure vicino alla costa, e le città furono abbandonate. Le invasioni barbariche prima e le incursioni dei pirati saraceni dopo, nonostante le torri di guardia erette lungo la costa, resero il territorio della Maremma impraticabile, e la malaria, la pericolosa malattia causata dalla puntura della zanzara anofele, fece il resto.

    Capalbio era un pugno di case attorno ad un castello, forse donato da Carlo Magno all’abbazia romana delle Tre fontane, poi passato agli Aldobrandeschi e quindi agli Orsini, poi dal Quattrocento alla repubblica di Siena. Sul colle di Capalbiaccio, a qualche chilometro da Capalbio, vi sono ancora i ruderi imponenti della prima città, distrutta dai senesi.

    Gli abitanti erano sempre pochi, 200 nel 1640, 152 nel 1745, 202 nel 1833, e l’atmosfera malsana: “uno dei peggiori luoghi della Maremma”, come dice il Dizionario storico della Toscana di Emanuele Repetti, 1833. Ma l’importanza di Capalbio era notevole, luogo di frontiera sia con lo Stato della Chiesa (lo stesso confine, lungo il torrente Chiarone, che ora la divide dal Lazio) che con lo “Stato dei Presìdi“ (Orbetello, Talamone, Porto Ercole, 1557-1801), creato per difendere gli interessi marittimi della Spagna con le fortezze che ancora oggi ammiriamo sull’Argentario.

    Dalla fine del Settecento si iniziò a bonificare la Maremma ma risultati concreti si registrarono, a sud di Grosseto, soltanto dopo la Prima guerra mondiale. A Capalbio tuttavia la bonifica arrivò solo nei primi anni Cinquanta, quando le terre furono prosciugate, la malaria fu debellata con gli insetticidi e i poderi di nuova costituzione furono assegnati a contadini. Furono loro, con il loro duro lavoro, a trasformare la terra in una grande pianura magnificamente coltivata. Nel 1960 Capalbio divenne comune autonomo e dagli anni Settanta cominciò a divenire una meta turistica sempre più attraente, per il suo mix di terraferma e di mare, ottimo per le vacanze e anche per i prodotti della tavola.

     Agricoltura

    solo frutta e verdura biologica coltivata nei nostri poderi nel cuore della Maremma

     Agriturismo

    la meta ideale per una vacanza in fattoria, tra buona cucina, frutta e verdura biologici, natura, relax e mare

     Alimentazione

    in totale armonia con il territorio e con le stagioni, prodotti e cucina maremmani dal campo alla tavola

     Allevamento

    vacche e cavalli di razza maremmana allevati naturalmente